
Un viaggio nel cuore dell’altopiano, dove acqua, lavoro e memoria hanno scritto la storia del territorio
di GILBERTO SCALABFINI
Foligno, 17 ago. 2026 – Se ne sta lì, lungo la strada che attraversa l’altopiano di Colfiorito, ai piedi del monte Orve, in un territorio dove la presenza dell’uomo affonda le proprie radici nella preistoria. È quasi nascosta tra il verde dei prati, il fruscio del vento e il silenzio della montagna. A prima vista potrebbe sembrare una vecchia casa di campagna, una delle tante disseminate sull’altopiano. Ma basta fermarsi qualche istante perché quelle pietre inizino a parlare.

Raccontano di paludi e bonifiche, di ingegno e fatica, di mugnai che per secoli sfidarono la forza della natura e di una tragedia che ancora oggi riaffiora nei racconti degli abitanti. Solo allora quella vecchia casa rivela la propria identità: è la Casa del Mollaro, l’antica dimora del mugnaio, costruita accanto ai ruderi dell’antico mulino con la pietra calcarea dell’Appennino centrale. Più che un edificio rurale, è una pagina di storia incastonata nel cuore di questa terra di confine.

Per comprendere il valore di questo luogo occorre immaginare un paesaggio molto diverso da quello che appare oggi. Dove oggi ondeggiano prati e pascoli, per secoli si specchiò l’acqua. Le piogge autunnali, le abbondanti nevicate e le numerose risorgive facevano gonfiare la palude fino a trasformarla in un lago, cancellando i confini tra terra e acqua. Solo con la primavera e l’estate il sole restituiva lentamente i campi agli uomini, mentre l’inghiottitoio assorbiva le ultime acque, lasciando emergere campi fertili e coltivabili.

Lo storico ricorda come ogni tentativo di bonifica fosse destinato a scontrarsi con la particolare conformazione geologica di questa vallata d’altura. La svolta arrivò soltanto nel 1559, quando papa Paolo IV affidò la palude all’ingegnere folignate Francesco Jacobilli. Fu lui a realizzare il grande inghiottitoio nei pressi del “Prato”, l’attuale Mulinaccio, consolidandolo con possenti volte in muratura. Da quel momento il paesaggio cambiò volto e con esso iniziò una nuova stagione di sviluppo. Anche il mulino seguì l’evoluzione dei tempi. Nel Seicento le vecchie ruote in legno furono sostituite da quelle idrauliche, più potenti ed efficienti, capaci di imprimere nuovo slancio agli opifici della zona. Ma il progresso non bastò a fermare il declino. Nell’Ottocento la tassa sul macinato e l’affermarsi della produzione industriale resero sempre più difficile la sopravvivenza dei piccoli mulini.
Eppure il Mulinaccio continuò a vivere. Fino agli anni Quaranta del Novecento il mugnaio riparava gli ingranaggi consumati dalle piene, sostituiva gli assi spezzati e rimetteva in moto la ruota ogni volta che l’acqua sembrava averla vinta. Era una lotta silenziosa, quotidiana, combattuta contro una natura tanto generosa quanto imprevedibile. Il mulino apparteneva alla facoltosa famiglia Vitali, che affidò la gestione del mulino ai Cinti. Furono loro ad abitare la casa accanto al mulino, vivendo del lavoro delle macine. Ed è proprio qui che storia e leggenda finiscono per intrecciarsi.

Si racconta di una ragazza di straordinaria bellezza, innamorata di un giovane di nome Vincenzo. Nell’ottobre del 1917, dopo giorni di pioggia incessante, l’acqua invase il mulino con una forza mai vista. La ruota iniziò a girare vorticosamente e la lunga gonna della giovane rimase impigliata negli ingranaggi. Bastarono pochi istanti perché venisse trascinata nella corrente. Secondo la tradizione popolare, fu proprio da quella tragedia che il mulino cominciò a essere chiamato “Mulinaccio”, quasi a custodire nel suo stesso nome il ricordo. Vincenzo non riuscì mai a superare quel dolore e partì per l’America in cerca di un futuro lontano da quei luoghi.

Dopo un breve periodo di gestione affidato a Rimo di Scopoli, la rottura della ruota decretò il definitivo tramonto dell’attività intorno al 1940. Il terremoto del 1997 abbatté il Mulinaccio, ma la comunità volle restituirgli la sua identità ricostruendolo fedelmente nelle forme, nei materiali e nei volumi originari. Sembrava una storia rinata. Poi arrivò il sisma del 2016, che lo ferì ancora una volta, rendendolo nuovamente inagibile. Oggi, da quasi dieci anni, la Casa del Mollaro resta chiusa.
Le finestre protette dalle inferriate, il portone serrato e il silenzio della montagna sembrano custodire ciò che il tempo non è riuscito a cancellare. E quando il vento attraversa la piana di Colfiorito e accarezza i prati, sembra quasi di sentire il fragore dell’acqua che torna a muovere la ruota del mulino. Come se il tempo si fosse fermato e la memoria di questo luogo continuasse a scorrere, ostinata, come l’acqua che per secoli ha segnato il destino di questo luogo.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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