Alla cantina Scacciadiavoli la seconda edizione del festival dedicato all’olfatto ha intrecciato teatro, arte, musica e degustazioni. Tra i filari, il mosto in fermentazione e la luna piena, il profumo è diventato un linguaggio capace di raccontare il territorio e riaccendere emozioni e memorie.

dall’inviato GILBERTO SCALABRINI

Montefalco, 1 sett. 2026 – Prima arriva il profumo. Quello delle vigne a fine estate, della terra ancora calda, del vino nel calice e del mosto che comincia a fermentare. Poi vengono i suoni, il teatro, la musica, le parole. E quando il sole scende dietro le colline di Montefalco, la cantina smette per qualche ora di essere soltanto il luogo dove nasce il vino e si trasforma in uno spazio dei sensi e della memoria.

È accaduto per il secondo anno consecutivo a Scacciadiavoli, dove il 29 e 30 agosto il Nose Art Festival ha intrecciato arte, natura, cinema, teatro e degustazione in un viaggio costruito intorno al più antico e forse più misterioso dei nostri sensi: l’olfatto. Un’esperienza da vivere lentamente, con un calice in mano, lasciandosi guidare dai profumi e dai ricordi che ciascun odore è capace, improvvisamente, di riportare alla luce.

Il festival è nato da un’idea di Liù Pambuffetti, che guida l’azienda insieme al padre Amilcare e al cugino Iacopo, con l’obiettivo di indagare il ruolo dell’olfatto come linguaggio culturale, strumento di conoscenza e forma di relazione con il paesaggio, le persone e la memoria.

«Lo scorso anno – racconta Liù – il festival aveva debuttato a giugno e avevamo dato maggiore spazio anche all’aspetto scientifico. Quest’anno, invece, abbiamo scelto di puntare soprattutto sulla dimensione artistica, perché l’olfatto è un tema difficile da spiegare e ancora più complesso da raccontare. Volevamo dimostrare che una cantina può essere non soltanto un luogo di produzione del vino, ma anche uno spazio di produzione culturale, capace di suscitare emozioni, stimolare riflessioni e creare nuove forme di partecipazione. Il pubblico si è lasciato coinvolgere e questo ci ha confermato che il dialogo tra vino, arte contemporanea e ricerca sensoriale può aprire strade nuove e dare vita a esperienze davvero originali».

Il meccanismo era semplice. All’ingresso si acquistava il calice per le degustazioni e, con il tagliando del festival, si accedeva gratuitamente alle diverse esperienze. Quattro quelle principali, tre su prenotazione, pensate per una persona o per gruppi molto piccoli: una scelta quasi obbligata, perché l’olfatto appartiene alla sfera più personale della percezione. Ed è proprio lì che il festival cercava di arrivare, trasformando ogni appuntamento in una sorta di viaggio dentro se stessi.

“Attimo”, performance poetica della regista Gabriella Salvaterra, modenese che vive tra Italia e Cile, ha lavorato sul tempo come esperienza sensoriale e memoria del corpo. Piccoli gruppi di spettatori sono stati condotti lungo un percorso in cui odori, silenzi e gesti diventavano materia narrativa.

Con “Il Favoloso Museo di Lulù Cologne”, Giovanna Pizzullo ha invece accompagnato adulti e bambini alla scoperta degli odori nascosti nelle fiabe, mescolando ironia, fantasia e profumeria. Tra gli appuntamenti più attesi è tornato “I nomi, il naso”, la performance teatrale site-specific ideata da Stella Piccioni e Daniele Gaggianesi, già presentata nella prima edizione. Uno spettatore bendato, guidato da un attore, attraversava un itinerario intimo fatto di profumi, suoni e memorie, lasciando al naso, anziché agli occhi, il compito di orientare la percezione del mondo.

Poi è arrivata la notte. Sotto una magnifica luna piena, tra i filari e gli spazi della cantina, tutto sembrava acquistare un’altra intensità. I rumori si abbassavano, i gesti diventavano più lenti e persino il vino sembrava arrivare prima attraverso il profumo che attraverso il gusto. La cantina si trasformava così in uno spazio scenico, dove cultura e vino si respiravano prima ancora di essere assaggiati.

«È questo il senso del progetto – spiega ancora Liù –: esplorare modi nuovi di raccontare il territorio. È come se le persone entrassero in uno scrigno e, per qualche ora, lasciassero fuori il resto. L’olfatto apre porte profonde: riporta a un luogo, a una persona, a un ricordo. E quando queste sensazioni vengono condivise in piccoli gruppi, si crea una relazione autentica».

È forse qui che il Nose Art Festival ha mostrato il suo volto più sorprendente. Non soltanto spettacolo, dunque, ma occasione di incontro e di condivisione. «Abbiamo visto persone parlare tra loro di emozioni private, raccontarsi ciò che avevano provato, perfino commuoversi. Viviamo immersi nel mondo virtuale e invece qui il contatto era reale: con gli altri, con la natura, con se stessi».

A rendere ancora più intensa l’esperienza è stata la vendemmia, cominciata proprio in quei giorni. Ai profumi della campagna e del vino nei calici si mescolava quello vivo, penetrante, del mosto in fermentazione, quasi fosse anch’esso parte dello spettacolo.

«È stata un’integrazione bellissima – conclude Liù – perché tutto ciò di cui parlavamo era lì, concreto, intorno a noi. Molti non avevano mai vissuto un’esperienza culturale di questo tipo. Per questo vogliamo tornare anche il prossimo anno, ancora a fine estate, quando la cantina e il paesaggio hanno un profumo tutto loro».

E forse il senso del Nose Art Festival è rimasto proprio lì, nell’aria della notte: in un odore capace di riaprire una memoria, in una voce ascoltata al buio, in un calice sorseggiato lentamente sotto la luna piena. Quando le ultime luci si sono spente tra i filari, qualcosa continuava ancora a restare: il profumo della vendemmia, certo, ma soprattutto quello impalpabile dei ricordi appena ritrovati.

(Dal Corriere dell’Umbria)

 

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